La strada si riempì di pomodori

La strada
si riempì di pomodori,
mezzogiorno,
estate,
la luce
si divide
in due
metà
di un pomodoro,
scorre
per le strade
il succo.
In dicembre
senza pausa
il pomodoro,
invade
le cucine,
entra per i pranzi,
si siede
riposato
nelle credenze,
tra i bicchieri,
le matequilleras
la saliere azzurre.
Emana
una luce propria,
maestà benigna.
Dobbiamo, purtroppo,
assassinarlo:
affonda
il coltello
nella sua polpa vivente,
è una rossa
viscera,
un sole
fresco,
profondo,
inesauribile,
riempie le insalate
del Cile,
si sposa allegramente
con la chiara cipolla,
e per festeggiare
si lascia
cadere
l’olio,
figlio
essenziale dell’ulivo,
sui suoi emisferi socchiusi,
si aggiunge
il pepe
la sua fragranza,
il sale il suo magnetismo:
sono le nozze
del giorno
il prezzemolo
issa
la bandiera,
le patate
bollono vigorosamente,
l’arrosto
colpisce
con il suo aroma
la porta,
è ora!
andiamo!
e sopra
il tavolo, nel mezzo
dell’estate,
il pomodoro,
astro della terra,
stella
ricorrente
e feconda,
ci mostra
le sue circonvoluzioni,
i suoi canali,
l’insigne pienezza
e l’abbondanza
senza ossa,
senza corazza,
senza squame né spine,
ci offre
il dono
del suo colore focoso
e la totalità della sua freschezza.

Pablo Neruda

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Noi

Una volta
E per pochi giorni
Molto tempo fa
Io e te
Improvvisamente fummo fin nell’intimo
Noi.
«Noi due» potevo dire
Nelle ore voraci che furono nostre.
Da tempo
Se parlo di te
Posso usare soltanto
La terza persona: Lei.
 
José Emilio Pacheco
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quei fiori che non mi hai mai portato Durano ancora

Ci sono uomini che non ci pensano mai.
Ma tu sì. Tu arrivavi
E mi dicevi che avresti voluto comprarmi dei fiori
Ma poi qualcosa era andato storto.
Il negozio era chiuso. O avevi dei dubbi.
Quel genere di dubbi che si affacciano alla testa di gente come noi.
O avevi pensato
Che io non volessi i tuoi fiori.
Io a quel punto sorridevo. E ti abbracciavo.
Sorrido ancora adesso.
Perché vedi, quei fiori che non mi hai mai portato
Durano ancora.
Wendy Cope
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con rami di violino fra le dita

La tua mano ove spezza l’usignolo
il suo pallido nudo,
l’ampio petto coronato di muschio; la tua mano
che devasta la raffica recline,
gelsomino lucente dentro la tempia oscura.

Sì, foglia a foglia, l’acqua sulla fronte,
scava la breve quiete del giaggiolo
con rami di violino fra le dita.

Eunice Odio

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lasciatemi con la libertà che si perde sulle labbra di una donna

Aspettare vicino questo mare (nel quale nacquero le idee)
senza nessuna idea. (e così averle tutte)
essere soltanto la brezza nella chioma del pino grande,
l’aroma del fiore d’arancio, la notte delle orchidee
nelle cale dimenticate.
Soltanto rimanere vedendo l’uccello che passa
e non ritorna; restare
aspettando che il cielo giallo
arda e si pulica con i lampi
che arriveranno saltando da un’isola a un’altra.
o contemplare la nube bianca
che, non essendo nulla, sembra essere felice.
restare ondeggiando e trascorrendo di qui per lì,
sulle onde che passano
come un remo perso.
O seguire, come delfini,
la direzione di un tempo sentenziato.
Essere come l’ora della barca nelle notti di gennaio,
che si addormentano tra narcisi e fari.
Lasciatemi, non con la luce della conoscenza
(che nacque e si levò da questo mare),
o con le sue tante luci:
quelle d’oro acceso o quelle di freddo verde.
O con la luce di tutti i blu.
Ma, soprattutto, lasciatemi con la luce bianca,
che è quella che brucia e sconfigge gli uomini feriti,
i giorni tesi, le idee come coltelli.
Essere come olivo o stagno.
Che qualcuno mi tenga nella sua mano come pugno di sale.
O di luce.
Chiudere gli occhi nel silenzio dell’aroma
affinché il cuore – alla fine – possa vedere.
Chiudere gli occhi affinché l’amore cresca in me.
Lasciatemi condividendo il silenzio
e la solitudine dei portici,
l’ospitalità delle porte aperte; lasciatemi
con il plenilunio degli usignoli di giugno,
che custodiscono il tremolio dell’acqua nelle ultime fonti.
lasciatemi con la libertà che si perde
sulle labbra di una donna.
*****
Esperar junto a este mar en el que nacieron las ideas
sin ninguna idea. (Y así tenerlas todas.)
Ser sólo la brisa en la copa del pino grande,
el aroma del azahar, la noche de las orquídeas
en las calas olvidadas.
Sólo permanecer viendo el ave que pasa
y no regresa; quedar
esperando a que el cielo amarillo
arda y se limpie con los relámpagos
que llegarán saltando de una isla a otra isla.
O contemplar la nube blanca
que, no siendo nada, parece ser feliz.
Quedar flotando y transcurriendo de aquí para allá,
sobre las olas que pasan,
como remo perdido.
O seguir, como los delfines,
la dirección de un tiempo sentenciado.
Ser como la hora de las barcas en las noches de enero,
que se adormecen entre narcisos y faros.
Dejadme, no con la luz del conocimiento
(que nació y se alzó de este mar),
sino simplemente con la luz de este mar.
O con su muchas luces:
las de oro encendido y las de frío verdor.
O con la luz de todos los azules.
Pero, sobre todo, dejadme con la luz blanca,
que es la que abrasa y derrota a los hombres heridos,
a los días tensos, a las ideas como cuchillos.
Ser como olivo o estanque.
Que alguien me tenga en su mano
como a puñado de sal.
O de luz.
Cerrar los ojos en el silencio del aroma
para que el corazón –¡al fin!– pueda ver.
Cerrar los ojos para que el amor crezca en mí.
Dejadme compartiendo el silencio
y la soledad de los porches,
la hospitalidad de las puertas abiertas; dejadme
con el plenilunio de los ruiseñores de junio,
que guardan el temblor del agua en las últimas fuentes.
Dejadme con la libertad que se pierde
en los labios de una mujer.
Antonio Colinas

È così bello Sapere che tu esisti, Uno si sente vivo.

Facciamo un patto
Compagna
tu
sai
che puoi contar su di me
non fino a due
né fino a dieci
ma contare su di me.
Se a volte
sentirai
che ti guardo negli occhi,
e una vena
d’amore riconosci nei miei,
non impugnare fucili
non pensar che
deliro.
Malgrado la vena
o magari perche’ esiste,
puoi contare su di me.
Se altre volte
mi trovi
oscuro senza motivo,
non pensare che sono giù
puoi contare lo stesso su di me.
Ma facciamo un patto:
Io vorrei contare su di te.
È così bello
Sapere che tu esisti,
Uno si sente vivo.
E quando dico questo
voglio dire contare
anche fino a due
anche sino a cinque.
Non perche’ tu corra
premurosa in mio aiuto,
ma per sapere
con certezza
che sai che puoi
contare su di me.
Mario Benedetti